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Aggiornamenti scientifici e novità nel campo dei disturbi del movimento

FOCUSCIENCE

4 Giugno 2026

La fatica nella malattia di Parkinson: evidenze da uno studio multicentrico italiano

Autori:  Sarasso, E., Pelosin, E., Ruotolo, I. et al. Exploring the fatigue phenomenon in individuals with Parkinson’s disease: an Italian multicenter cross-sectional study. Acta Neurol Belg (2026).

Articolo disponibile su:    https://doi.org/10.1007/s13760-026-03039-3

Un sintomo frequente ma ancora sottovalutato

La fatica rappresenta uno dei sintomi non motori più frequenti e invalidanti nella malattia di Parkinson, con un impatto significativo sulla qualità di vita e sul funzionamento quotidiano dei pazienti. Nonostante la sua rilevanza clinica, continua tuttavia a essere sottodiagnosticata e spesso interpretata come manifestazione secondaria di depressione, apatia o disabilità motoria.

Un recente studio multicentrico italiano (Sarasso et al., 2026), pubblicato su Acta Neurologica Belgica, ha approfondito prevalenza, correlati clinici e caratteristiche della fatica in una coorte di pazienti con malattia di Parkinson idiopatica, contribuendo a definire meglio il peso di questo sintomo nel contesto della patologia.


Disegno dello studio e strumenti di valutazione

Lo studio, di tipo osservazionale cross-sectional (trasversale), ha coinvolto tre centri italiani tra gennaio e maggio 2024 e ha incluso 100 pazienti con malattia di Parkinson in stadio Hoehn & Yahr ≤4.

La valutazione della fatica è stata effettuata mediante tre scale validate ampiamente utilizzate nella pratica clinica e nella ricerca: la Parkinson Fatigue Scale (PFS), la Fatigue Severity Scale (FSS) e la Modified Fatigue Impact Scale (MFIS). Parallelamente, sono stati raccolti dati relativi alla severità motoria e non motoria della malattia, allo stato cognitivo, alla durata di malattia e al carico terapeutico espresso come Levodopa Equivalent Daily Dose (LEDD).

La prevalenza della fatica è stata definita attraverso un punteggio PFS ≥3.09.


Prevalenza e correlati clinici della fatica

I risultati hanno evidenziato una prevalenza della fatica pari al 36% della coorte analizzata, confermando come questo sintomo rappresenti una delle manifestazioni non motorie più comuni nella malattia di Parkinson.

L’analisi statistica ha mostrato un’associazione significativa tra fatica e sesso femminile, oltre a una maggiore frequenza nei pazienti con stadi più avanzati di malattia. Particolarmente rilevante è risultata la forte correlazione con il burden non motorio, valutato mediante MDS-UPDRS parte I, mentre le correlazioni con età, durata di malattia e LEDD sono apparse decisamente più deboli.

È stata inoltre osservata una correlazione moderata con le complicanze motorie, suggerendo una possibile interazione tra progressione clinica globale e percezione della fatica, pur senza indicare una relazione esclusivamente dipendente dalla severità motoria.


La fatica come dominio clinico autonomo

Uno degli aspetti più interessanti emersi dallo studio riguarda la natura multidimensionale della fatica nella malattia di Parkinson. I dati sembrano infatti supportare l’ipotesi che questo sintomo costituisca un dominio clinico relativamente distinto dalla sola compromissione motoria.

La stretta associazione con i sintomi non motori suggerisce il coinvolgimento di network neurobiologici complessi che includono sistemi dopaminergici e serotoninergici, oltre a circuiti limbici, attentivi ed esecutivi implicati nei processi motivazionali e cognitivi.

In questo contesto, la fatica appare sempre meno interpretabile come semplice conseguenza della disabilità fisica e sempre più come espressione diretta della fisiopatologia multisistemica della malattia di Parkinson.


Implicazioni per la pratica clinica

Dal punto di vista clinico, i risultati dello studio rafforzano la necessità di una valutazione sistematica della fatica nella pratica ambulatoriale. La frequente sovrapposizione con depressione, sonnolenza diurna, apatia e disturbi del sonno continua, infatti, a rappresentare uno dei principali ostacoli ad un corretto inquadramento diagnostico.

L’utilizzo routinario di scale validate potrebbe consentire una migliore identificazione del sintomo e favorire approcci terapeutici più mirati. Parallelamente, emerge l’importanza di strategie multidisciplinari che integrino trattamento farmacologico, interventi riabilitativi, esercizio terapeutico e supporto psicoeducativo.


Conclusioni

Questo studio multicentrico italiano contribuisce a consolidare il ruolo della fatica come sintomo rilevante e multidimensionale nella malattia di Parkinson. L’associazione predominante con il burden non motorio, insieme alle differenze osservate in relazione al sesso e alla severità di malattia, evidenzia la necessità di sviluppare strumenti di assessment sempre più accurati e strategie terapeutiche specifiche, ancora oggi limitate nella pratica clinica quotidiana.



A cura di: M. Filidei

Neurologia e Stroke Unit, AO S. Maria di Terni



20 Maggio 2026

Applicazione dell’α-synuclein Seed Amplification Assay nel liquor nella pratica clinica: dati real-world 

Autori:  Elisabeth Dinter, Julia L Margraff, Iñaki Schniewind, Nicola Reinhard, UKD SAA study group, Heinz Reichmann, Stefan Bräuer*, Björn H Falkenburger*

Articolo disponibile su:   https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/1877718X261431201?_gl=1*1blehyo*_up*MQ..*_ga*ODM0NTc0MTUyLjE3NzYxODE4Mjk.*_ga_60R758KFDG*czE3NzYxODE4MjkkbzEkZzAkdDE3NzYxODE4MjkkajYwJGwwJGgxNjE1OTg5NzAy

L’α-synuclein Seed Amplification Assay (αSyn-SAA) è un biomarcatore emergente per la rilevazione in vivo della patologia a corpi di Lewy, con elevata accuratezza dimostrata in coorti selezionate. Rimane tuttavia meno definita la sua performance in contesti di pratica clinica reale.

Uno studio trasversale monocentrico (Dinter et al., JPD, 2026) ha valutato l’αSyn-SAA in 356 pazienti consecutivi sottoposti a rachicentesi per indicazioni diagnostiche o terapeutiche.

I pazienti sono stati classificati in cinque gruppi diagnostici principali:

1. Sindromi parkinsoniane

2. Disturbi cognitivi

3. Altri disturbi del movimento

4. Patologie infiammatorie/(para)neoplastiche

5. Altre condizioni neurologiche


L’αSyn-SAA è stato eseguito in cieco rispetto ai dati clinici. Il risultato è stato definito come positivo o negativo sulla base della presenza di attività di amplificazione in almeno due replicati.

L’endpoint primario era la frequenza di positività dell’αSyn-SAA in un contesto di pratica clinica reale, valutata in relazione alla diagnosi clinica


Elevata concordanza nelle sinucleinopatie

I risultati mostrano una elevata concordanza, con positività del test nel 100% dei casi di PD e DLB nel campione studiato

Nei pazienti con atrofia multisistemica e paralisi sopranucleare progressiva, la positività è risultata rara, coerentemente con le caratteristiche biologiche delle diverse sinucleinopatie e con il tipo di assay utilizzato.


Positività nei disturbi cognitivi e significato di co-patologia

Nei disturbi cognitivi, una quota di positività è stata osservata nella malattia di Alzheimer (28,3%) e nell’idrocefalo cronico dell’adulto (50%). Tali dati sono compatibili con la presenza di co-patologia a corpi di Lewy, già documentata in studi neuropatologici, e suggeriscono un potenziale ruolo del test nella caratterizzazione biologica dei pazienti.


Specificità nelle patologie non neurodegenerative

La maggior parte delle condizioni non neurodegenerative (incluse patologie infiammatorie, psichiatriche e neurologiche non degenerative) ha mostrato risultati negativi, supportando la specificità del biomarcatore. La positività osservata in alcune condizioni eterogenee appare verosimilmente attribuibile a patologia concomitante piuttosto che a falsi positivi.


Possibile valore quantitativo dell’αSyn-SAA

Un aspetto di interesse è rappresentato dalla possibile dimensione quantitativa del test: una maggiore frequenza di replicati positivi nei pazienti con demenza a corpi di Lewy rispetto alla malattia di Parkinson suggerisce una correlazione con il carico patologico, sebbene questo dato richieda ulteriori conferme.


Discussione

I principali limiti dello studio includono: il disegno monocentrico, l’eterogeneità della popolazione, l’assenza di conferma neuropatologica e la limitata disponibilità di biomarcatori aggiuntivi.

Nel complesso, i risultati indicano che l’αSyn-SAA nel liquido cerebrospinale dimostra elevata concordanza con la diagnosi clinica di sinucleinopatia in un contesto real-world. Il test rappresenta un biomarcatore affidabile di patologia a corpi di Lewy, con potenziale applicazione nella pratica clinica.


Tuttavia, la sua interpretazione deve essere integrata con il quadro clinico e con altri biomarcatori, alla luce della frequente presenza di co-patologie nelle malattie neurodegenerative.


A cura di: M. Filidei

Neurologia e Stroke Unit, AO S. Maria di Terni



25 Marzo 2026

Calcificazione cerebrale primaria: verso una definizione condivisa
Consenso internazionale su nomenclatura, criteri diagnostici e gestione clinica 

Autori:  Wei Luo, Zhidong Cen, Huiberdina Koek, Miryam Carecchio, Isao Hozumi, Wan-Jin Chen, Amit Batla, Alexander Balck, Francesca Magrinelli, Dehao Yang, Xuewen Cheng, Ana Westenberger, Akiyoshi Kakita, Liam Chen, Christian Lambert, Jing-Yu Liu, Annika Keller, João Ricardo Mendes de Oliveira, Zhi-Qi Xiong, Henry Houlden, Kailash P. Bhatia, Christine Klein, Gaël Nicolas

Articolo disponibile su:  https://movementdisorders.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/mds.70202


E’ stato recentemente pubblicato su Movement Disorders un documento di consenso internazionale, che rappresenta il primo tentativo sistematico di armonizzare terminologia, criteri diagnostici e strategie di gestione della calcificazione cerebrale primaria (Primary Brain Calcification, PBC).
Il documento segna un passaggio cruciale nella storia di questa condizione, storicamente frammentata sotto molteplici denominazioni e approcci diagnostici non uniformi.

 

Evoluzione storica e rivoluzione genetica

Descritta per la prima volta nel XIX secolo, la malattia è stata per decenni indicata come “malattia di Fahr”, “idiopathic basal ganglia calcification” (IBGC) o “primary familial brain calcification” (PFBC). Tali definizioni riflettevano una conoscenza incompleta dei meccanismi eziopatogenetici e della reale eterogeneità clinica.
Negli ultimi 13 anni, l’identificazione di sette geni causativi ha trasformato radicalmente la comprensione della PBC:

• Forme autosomiche dominanti: SLC20A2, PDGFRB, PDGFB, XPR1
• Forme autosomiche recessive: MYORG, JAM2, NAA60

Queste scoperte hanno chiarito il ruolo di pathway biologici distinti, inclusi il trasporto del fosfato, l’integrità della barriera emato-encefalica e l’omeostasi neurovascolare. Parallelamente, la diffusione delle tecnologie di next-generation sequencing (NGS) ha consentito la diagnosi molecolare in un numero crescente di pazienti, rivelando una prevalenza probabilmente sottostimata (stimata tra 2,1 e 6,6 per 1000 in studi di popolazione radiologica).

Nonostante tali progressi, la mancanza di criteri condivisi ha mantenuto significativa eterogeneità clinica e diagnostica.


Metodologia del consenso

Il documento nasce da un processo strutturato che ha coinvolto 23 esperti internazionali in neurologia, neurogenetica e neuroscienze provenienti da 10 Paesi.
Il percorso ha incluso:

• Revisione sistematica della letteratura
• Discussioni multidisciplinari
• Dieci meeting virtuali
• Quattro round di consenso secondo metodologia Delphi

Sono state formulate 61 raccomandazioni distribuite in sei domini: nomenclatura, criteri diagnostici, imaging, valutazione clinica, genetica e gestione.


Nomenclatura: fine di un’era

Uno dei punti centrali riguarda la denominazione della malattia.

Il panel raccomanda formalmente il termine Primary Brain Calcification (PBC), superando:

• “Fahr’s disease”, definito un misnomer storico
• “Idiopathic”, non più appropriato dopo l’identificazione dei geni causativi
• “Familial”, non rappresentativo alla luce delle forme sporadiche e recessive

Il termine “primary” viene mantenuto temporaneamente per distinguere la PBC dalle calcificazioni secondarie (metaboliche, infettive, autoimmuni, mitocondriali). 
Elemento imprescindibile rimane la presenza di calcificazioni bilaterali dei gangli della base, considerate criterio obbligatorio.


Nuovi criteri diagnostici: verso una classificazione operativa

Il documento propone un algoritmo diagnostico innovativo articolato su tre livelli:

• Possible PBC
• Probable PBC
• Definite PBC

La diagnosi si basa su tre pilastri:

1. Imaging

Introduzione del Total Calcification Score (TCS), sistema quantitativo TC-based con soglie corrette per età.
La TC rimane metodica di riferimento per la quantificazione; la RM è raccomandata nella diagnosi differenziale.

2. Esclusione delle cause secondarie

Obbligatoria la valutazione di:

• Calcemia
• Fosforemia
• PTH

Particolare attenzione è posta all’ipoparatiroidismo e ai disordini del metabolismo calcio-fosforo.

3. Testing genetico

Il testing genetico assume un ruolo centrale nel percorso diagnostico.
La diagnosi di definite PBC richiede l’identificazione di varianti patogenetiche o probabilmente patogenetiche in geni causativi.


Spettro clinico: una sindrome multisistemica eterogenea

L’analisi sistematica ha valutato 27 segni e sintomi, identificandone 19 strettamente associati alla PBC.

Manifestazioni motorie

• Parkinsonismo
• Atassia cerebellare
• Distonia
• Corea
• Tremore d’azione
• Discinesie parossistiche
• Segni piramidali
• Disturbi della marcia

Manifestazioni neuropsichiatriche

• Psicosi
• Depressione e ansia
• Disturbo bipolare
• Declino cognitivo fino alla demenza
• Disabilità intellettiva in età evolutiva

Altre manifestazioni

• Cefalea
• Vertigini
• Epilessia
• Disturbi del sonno

Alcuni sintomi (es. disturbi autonomici, gastrointestinali o sessuali) non hanno raggiunto consenso come parte integrante dello spettro clinico.
È rilevante la marcata eterogeneità fenotipica: pazienti con calcificazioni estese possono essere paucisintomatici, mentre altri sviluppano sindromi extrapiramidali o neuropsichiatriche severe.


Imaging e follow-up

Il consenso non raccomanda imaging seriale routinario in assenza di nuova sintomatologia o rapido peggioramento clinico.
Viene incoraggiata la standardizzazione della refertazione, soprattutto in ambito di ricerca, con dettaglio dei sottopunteggi regionali del TCS.


Genetica e consulenza

Viene fortemente raccomandato l’uso di:

• Whole Genome Sequencing (WGS) come prima scelta, quando disponibile, seguita da WES o pannelli multigenici.
• In alternativa, Whole Exome Sequencing (WES)
• Solo in ultima istanza pannelli multigenici mirati

La classificazione delle varianti deve seguire le linee guida ACMG-AMP.

Il documento affronta anche aspetti etici:

• Non è generalmente raccomandato lo screening prenatale o la diagnosi preimpianto, salvo casi selezionati con fenotipi severi.
• Lo screening presintomatico nei minori non è indicato in assenza di implicazioni cliniche immediate.


Gestione clinica: quattro principi fondamentali

La gestione della PBC rimane sintomatica e personalizzata, articolata su:

1. Approccio multidisciplinare
2. Trattamento mirato dei sintomi motori e psichiatrici
3. Consulenza genetica strutturata
4. Monitoraggio clinico longitudinale

Il documento sottolinea l’importanza della standardizzazione in vista di trial clinici randomizzati e dello sviluppo di terapie disease-modifying, incluse strategie molecolari emergenti come oligonucleotidi antisenso.


Implicazioni per la pratica clinica

Questo consenso rappresenta un cambio di paradigma:

• Definizione chiara dell’entità clinico-genetica
• Percorso diagnostico integrato clinico-radiologico-genetico
• Uniformità internazionale nei criteri di inclusione per studi clinici
• Riduzione dell’eterogeneità terminologica

L’adozione diffusa delle raccomandazioni potrà facilitare la raccolta dati multicentrica e migliorare la qualità dell’assistenza, preparando il terreno a studi terapeutici strutturati.


Conclusioni

La PBC emerge oggi come un’entità clinico-genetica meglio definita, con criteri diagnostici strutturati e un framework gestionale condiviso. 
Il consenso pubblicato su Movement Disorders costituisce una base solida per la pratica clinica e per la ricerca futura, segnando il passaggio da una condizione descrittiva e frammentata a una sindrome molecolarmente caratterizzata e clinicamente codificata.


A cura di: M. Filidei (A.O. Santa Maria, Terni) 



11 Febbraio 2026

La disfunzione autonomica precoce come indicatore di rischio cognitivo nella fase prodromica della malattia di Parkinson

Autori:  Early Autonomic Burden in Prodromal Parkinson’s Disease Predicts Cognitive Impairment, Martinez-Nunez, Mov Dis, 2026

Articolo disponibile su:  https://movementdisorders.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/mds.70202

 
Rilevanza dei sintomi disautonomici nelle fasi iniziali della malattia

La disfunzione del sistema nervoso autonomo è una manifestazione frequente della malattia di Parkinson (PD) ed il suo contributo al deterioramento cognitivo nelle fasi clinicamente conclamate è noto. Nella fase prodromica, il valore prognostico della disautonomia rimane meno definito. L’identificazione precoce di fattori predittivi di declino cognitivo rappresenta un obiettivo cruciale per la stratificazione del rischio e per lo sviluppo di strategie preventive.

Un recente studio (Martinez-Nunez et al., 2026) pubblicato su Movement Disorders si propone di valutare se la presenza di disfunzione autonomica nelle fasi prodromiche del PD sia associata a un aumentato rischio di sviluppare compromissione cognitiva lieve (MCI) o demenza nel corso del follow-up.


Caratteristiche della popolazione e definizione della disfunzione autonomica

Sono stati analizzati i dati di 382 soggetti arruolati nella coorte prodromica della Parkinson’s Progression Markers Initiative (PPMI), caratterizzati da disturbo comportamentale del sonno REM e/o iposmia, in assenza di diagnosi iniziale di PD o deficit cognitivi. La disfunzione autonomica è stata definita mediante un punteggio Scales for Outcomes in Parkinson’s Disease Autonomic Dysfunction (SCOPA-AUT) ≥13. Per valutare l'impatto della disfunzione autonomica sul deterioramento cognitivo incidente, questa doveva essere stata documentata almeno un anno prima dell'outcome cognitivo. L’endpoint primario era il tempo alla conversione a MCI, valutato mediante analisi di sopravvivenza e modelli longitudinali dei domini cognitivi.


Impatto del carico autonomico cardiovascolare sul declino cognitivo

La presenza di disfunzione autonomica precoce è risultata significativamente associata a un aumento del rischio di sviluppare MCI o demenza (p < 0,001). In particolare, il carico autonomico cardiovascolare si è confermato come forte predittore indipendente di deterioramento cognitivo (hazard ratio = 5.21). L’analisi neuropsicologica ha evidenziato un declino più rapido della fluenza semantica e della memoria di lavoro, suggerendo un coinvolgimento preferenziale dei circuiti fronto-sottocorticali.


Interpretazione e implicazioni cliniche: verso una stratificazione prognostica precoce

La disfunzione autonomica nella fase prodromica della PD potrebbe riflettere un interessamento neurodegenerativo più esteso, comprendente strutture del tronco encefalico e sistemi neuromodulatori, in particolare quello noradrenergico. Le alterazioni della regolazione cardiovascolare autonoma potrebbero inoltre contribuire al declino cognitivo attraverso meccanismi di instabilità pressoria e ridotta perfusione cerebrale. Nel complesso, questi risultati supportano l’utilità della valutazione sistematica della funzione autonomica come strumento di stratificazione prognostica e come possibile target di interventi preventivi prima dell’esordio dei sintomi motori.



A cura di: M. Filidei (A.O. Santa Maria, Terni) 



28 Gennaio 2026

JNK3 plasmatico: un nuovo biomarcatore per il danno neuronale nella malattia di Parkinson

Autori:  Vacchi et al., npj 2026 - JNK3 quantification in plasma: a novel biomarker for neuronal damage in Parkinson’s disease

Articolo disponibile su:  https://doi.org/10.1038/s41531-025-01224-4

La ricerca di biomarcatori specifici e accessibili

Due principali strategie sono attualmente in fase di sperimentazione per l’individuazione di un biomarcatore affidabile per la malattia di Parkinson (PD): (i) la valutazione della capacità di seeding dell'α-Syn nel liquido cerebrospinale (CSF) mediante seed amplification assay (SAA) e (ii) la rilevazione di depositi di α-Syn fosforilata (P-αSyn) nei nervi periferici tramite biopsia cutanea. 

Le variazioni nel seeding dell'α-Syn nel CSF e l'aumento delle sue forme fosforilate o aggregate nei tessuti periferici potrebbero fungere da indicatori di progressione della malattia; tuttavia, la mancanza di studi di coorte e di una tecnologia realmente quantitativa ha ostacolato lo sviluppo di marcatori prognostici.

 Inoltre, è stato studiato il rilevamento nel sangue della catena leggera dei neurofilamenti (NfL), un biomarcatore aspecifico del danno neuroassonale, per il suo potenziale nel monitorare la progressione della malattia nel PD, anche se non è specifico. Infatti, i livelli di NfL non sono sufficienti a distinguere il PD da altri disturbi neurodegenerativi.

Questa esigenza insoddisfatta di biomarcatori periferici specifici per il PD fornisce una solida motivazione per esplorare nuovi pathway molecolari. 

Lo studio di Vacchi et al., pubblicato su npj Parkinson’s Disease, propone la quantificazione plasmatica della chinasi neuronale JNK3 (c-Jun N-terminal kinase 3) come nuovo potenziale biomarcatore periferico di danno neuronale nel PD.


JNK3: razionale biologico e ruolo nella neurodegenerazione

JNK3 è una chinasi appartenente alla famiglia delle MAP chinasi, con un’espressione prevalentemente neuronale e limitata al sistema nervoso centrale. 

È stato dimostrato che JNK3 è fortemente attivato in diverse malattie neurodegenerative, tra la malattia di Alzheimer (AD), la malattia del motoneurone e varie altre condizioni patologiche del sistema nervoso centrale (SNC), così come nel PD. Nel PD, crescenti evidenze evidenziano JNK3 come pathway chiave che guida la morte neuronale, e la sua inibizione selettiva ha mostrato promettenti effetti neuroprotettivi, sia in vitro che in vivo. In particolare, JNK3 svolge un ruolo chiave nella regolazione del "danno sinaptico", riconosciuto come uno degli eventi neurodegenerativi più precoci e frequenti.

Oltre alla disfunzione sinaptica, JNK3 contribuisce anche allo stress ossidativo, all'infiammazione, alla disfunzione mitocondriale e all'apoptosi nei neuroni dopaminergici.

Tuttavia, il potenziale di JNK3 come biomarcatore del PD rimane in gran parte inesplorato. Ad oggi, solo uno studio  ha riportato livelli elevati di JNK3 nel liquido cerebrospinale di pazienti con AD, in cui i livelli di JNK3 erano significativamente correlati al declino cognitivo. Questa scoperta fornisce la prima evidenza clinica che JNK3 può essere rilasciata nei fluidi extracellulari.


Disegno dello studio e popolazione analizzata

Lo studio ha coinvolto 108 soggetti, suddivisi in quattro gruppi: 1) controlli sani; 2) pazienti con disturbo comportamentale del sonno REM isolato (iRBD), considerato una fase prodromica del PD; 3) pazienti con PD de novo; 4) pazienti con PD in fase avanzata. Questa suddivisione ha permesso di analizzare i livelli di JNK3 lungo l’intero continuum di malattia, dalle fasi pre-motorie a quelle clinicamente manifeste. Tutti i soggetti sono stati sottoposti a valutazione clinica e prelievo di sangue. I livelli plasmatici di JNK3 sono stati misurati mediante test ELISA ad alta sensibilità. In parallelo, è stata quantificata la Neurofilament Light Chain (NfL), attualmente uno dei biomarcatori ematici più studiati per il danno neuroassonale, ma noto per la sua scarsa specificità diagnostica. In un sottogruppo di pazienti, i dati plasmatici sono stati inoltre confrontati con la presenza di α-sinucleina fosforilata nella biopsia cutanea, biomarcatore tissutale di patologia sinucleinopatica.


JNK3 aumenta lungo il continuum di malattia

I risultati mostrano che JNK3 è significativamente aumentato nel plasma dei pazienti con PD e nei soggetti con iRBD rispetto ai controlli sani, anche dopo correzione per età e sesso. L’aumento è osservabile lungo tutto il continuum di malattia, dalle fasi prodromiche a quelle avanzate, suggerendo un’alterazione precoce e stabile dei meccanismi di stress neuronale. In particolare, i livelli plasmatici di JNK3 hanno distinto tutti gli stadi di PD e iRBD dai controlli sani con elevata specificità (100%) e moderata sensibilità moderata (48-65%), elevandosi maggiormente per il PD tardivo (65%).in linea con una funzione di biomarcatore di supporto.

Al contrario, NfL non mostra differenze significative tra i gruppi, confermando la sua limitata specificità per il PD.


Relazione con l’età e progressione di malattia

Inoltre, mentre nei controlli sani JNK3 tende a diminuire con l’età (contrariamente a quanto avviene per NfL), nei pazienti con PD i livelli aumentano progressivamente, indicando che gli effetti della neurodegenerazione prevalgono sul normale processo di invecchiamento e collocando JNK3 come potenziale marcatore di patologia specifica della malattia, piuttosto che come biomarcatore generale dell'invecchiamento. Sono necessari ulteriori studi per convalidare questa ipotesi. 

Inaspettatamente, nonostante fossero elevati nella coorte di PD, livelli più elevati di JNK3 erano associati ad una minore compromissione motoria. Questo potrebbe indicare che JNK3 non tracci il declino motorio, ma piuttosto rifletta altri aspetti della malattia, come la patologia non motoria. In effetti, il suo precoce aumento nell'iRBD supporta ulteriormente l'idea che JNK3 funga da marcatore sensibile di disfunzione neuronale precoce, potenzialmente riflettendo la disfunzione sinaptica ed il coinnivolgimento delle regioni extra-motorie.


Associazione con la patologia da α-sinucleina

Un dato di particolare rilievo è la correlazione tra i livelli plasmatici di JNK3 e la presenza di α-sinucleina fosforilata nella biopsia cutanea, rafforzando il legame tra questo biomarcatore ematico associato al sistema nervoso centrale e la patologia da α-sinucleina periferica. 

La convergenza di questi due marcatori supporta una potenziale strategia a doppio biomarcatore per migliorare la diagnosi precoce e il monitoraggio della malattia, offrendo un'alternativa minimamente invasiva alla rachicentesi o al neuroimaging. 


Implicazioni cliniche e prospettive future

Nel complesso, questo studio preliminare identifica JNK3 plasmatico come un biomarcatore promettente, non invasivo e facilmente misurabile, potenzialmente utile per la diagnosi precoce.

Saranno necessari studi longitudinali e coorti più ampie per la validazione clinica e per correlare la JNK3 plasmatica con neuroimaging avanzato ed altri biomarcatori fluidi (ad esempio, specie α-Syn, proteine sinaptiche) per meglio contestualizzare il suo ruolo patologico. Studi longitudinali saranno cruciali, inoltre, per determinare se JNK3 può tracciare la progressione della malattia, predire gli esiti clinici o monitorare le risposte terapeutiche, in particolare in coorti diverse come parkinsonismi atipici, sottotipi di MP α-Syn-negativi e pazienti sottoposti a terapie modificanti la malattia. 

Affrontare questi punti chiarirà come integrare al meglio JNK3 negli approcci con biomarcatori multipli per migliorare la diagnosi, la stratificazione e la medicina personalizzata per il PD.

A cura di: M. Filidei (A.O. Santa Maria, Terni)

[1] Gourmaud S, Paquet C, Dumurgier J, Pace C, Bouras C, Gray F, Laplanche JL, Meurs EF, Mouton-Liger F, Hugon J. Increased levels of cerebrospinal fluid JNK3 associated with amyloid pathology: links to cognitive decline. J Psychiatry Neurosci. 2015 May;40(3):151-61. 


14 Gennaio 2026

APOE ε4 e malattia di Parkinson: una firma biologica precoce

Autori:  Conti et al., Clinical, Biological, and Functional Connectivity Profile of Patients With De Novo Parkinson Disease Who Are APOE ε4 Carriers, Neurology, 2026

Articolo disponibile su:  https://www.neurology.org/doi/10.1212/WNL.0000000000214449

Approfondimento

La malattia di Parkinson (PD) è classicamente definita dalla perdita di neuroni dopaminergici nella sostanza nera compatta e dall'accumulo intraneuronale di aggregati di α-sinucleina (α-syn). Tuttavia, nel PD sono coinvolte molteplici vie patogeniche, con esito in una profonda eterogeneità clinica e biologica. 

Il background genetico è fondamentale nel determinare il carico individuale di sinucleinopatia e copatologia nel PD.

Tra i geni classici del PD, le varianti patogene monoalleliche LRRK2 o bialleliche Parkina sono associate a un accumulo cerebrale più lieve di corpi di Lewy, mentre le varianti eterozigoti GBA possono portare a una patologia più grave.

Inoltre, i geni più comunemente associati ad altre malattie neurodegenerative potrebbero influenzare il decorso clinico-patologico del PD, come il gene APOE. 


Ruolo dell’allele APOE ε4 nella definizione di un sottotipo di malattia di Parkinson

L'APOE, che codifica una proteina coinvolta nel metabolismo dei lipidi, esiste in 3 alleli principali: ε2, ε3 ed ε4, che si traducono in 3 isoforme APOE: APOE2, APOE3 e APOE4. L'allele ε4 è un fattore di rischio genetico ben consolidato per l'AD.  Tuttavia, l'allele ε4 può precipitare la patologia dell'AD anche nel PD, causando un maggiore deposito di placche amiloidi cerebrali e aumentando il rischio di demenza e di un peggioramento della compromissione motoria.  Inoltre, modelli sperimentali indicano che le isoforme APOE hanno effetti differenziali sull'aggregazione e la propagazione dell'α-sin, suggerendo quindi un ruolo principale nel determinare la patologia del PD a livello multimolecolare.  Infatti, i portatori di e4 PD possono presentare caratteristiche cliniche e neurochimiche peculiari, che possono essere rilevate sin dalle primissime fasi della malattia.

Tuttavia, le caratteristiche precoci associate allo stato di portatore di APOE ε4 nel PD all’esordio non sono ancora ben definite. 

Lo scopo dello studio è stato quello di caratterizzare il profilo clinico, neurochimico e neurofisiologico dei pazienti con PD de novo portatori di APOE ε4 mediante un approccio multimodale.

Sono stati arruolati 66 pazienti con PD de novo e drug-naïve e 55 controlli sani appaiati per età e sesso. I pazienti sono stati stratificati in base al genotipo APOE (portatori dell’allele ε4 vs non portatori). Tutti i soggetti sono stati sottoposti a valutazione clinica dettagliata, analisi dei biomarcatori liquorali (Aβ42, Aβ40, rapporto Aβ42/Aβ40, tau totale e fosforilata) e studio della connettività funzionale cerebrale mediante EEG ad alta densità. Le differenze di connettività sono state analizzate con network-based statistics e ottimizzate tramite modelli di machine learning.


Maggiore severità motoria precoce e riduzione dei biomarcatori amiloidei nei portatori di APOE ε4

Rispetto ai non portatori, i pazienti con PD APOE ε4 hanno mostrato una maggiore compromissione motoria già all’esordio, in particolare per quanto riguarda la bradicinesia, i disturbi posturali e dell’andatura, associata a stadi di Hoehn & Yahr più elevati. 

Dal punto di vista biologico, i portatori di ε4 presentavano una significativa riduzione del rapporto liquorale Aβ42/Aβ40, indicativa di una precoce deposizione amiloide, senza differenze significative nei livelli di tau.


Alterazioni specifiche della connettività EEG e loro correlazione con fenotipo clinico e biomarcatori

L’analisi EEG ha evidenziato nei portatori di ε4 una riduzione della connettività funzionale in banda alfa e un aumento in banda beta. La ridotta connettività alfa correlava con la gravità dei disturbi dell’andatura, con le prestazioni cognitive (MoCA) e con il rapporto Aβ42/Aβ40, mentre l’aumentata connettività beta risultava associata alla bradicinesia, con correlazioni più forti nei portatori di ε4.


Implicazioni fisiopatologiche e valore del genotipo APOE ε4 nella stratificazione precoce del PD

L'allele APOE e4 potrebbe facilitare l'interruzione della segnalazione colinergica attraverso la neurodegenerazione mediata dall'amiloide, anche nel PD. Studi precedenti hanno dimostrato che questo genotipo induce neurotossicità nei neuroni colinergici attraverso un metabolismo lipidico alterato, che a sua volta può precipitare l'amiloidopatia. Di conseguenza, i portatori di e4, indipendentemente dal PD, potrebbero presentare una maggiore degenerazione delle strutture colinergiche, incluso il nucleo basale di Meynert, confermando questo tipo di associazione. 

Nel complesso, la presenza dell'allele APOE e4 potrebbe contribuire a una neurodegenerazione più grave ed estesa nel PD attraverso una serie di interazioni molecolari che promuovono l'aggregazione e la propagazione delle proteine, la neuroinfiammazione e la disfunzione della barriera emato-encefalica. Sebbene questi meccanismi possano infine culminare nella classica copatologia AD-like rilevabile nelle fasi successive del PD, i risultati di questo studio suggeriscono che APOE ε4 sia già associato a danni più lievi fin dalle fasi più precoci della malattia, che potrebbero rappresentare la firma biologica precoce del genotipo. 


Conclusioni 

L’allele APOE ε4 identificherebbe un sottotipo di PD caratterizzato, sin dalle fasi iniziali, da maggiore severità motoria, alterazioni precoci della connettività funzionale cerebrale e segni di amiloidopatia liquorale. Questi dati suggeriscono che una disfunzione di network mediata dall’amiloide, con coinvolgimento dei sistemi dopaminergico e colinergico, rappresenti una firma biologica precoce dei portatori di APOE ε4. Nonostante i limiti legati alle piccole dimensioni del campione e al disegno monocentrico e trasversale, lo studio supporta l’utilizzo del genotipo APOE come potenziale marker di stratificazione per approcci diagnostici e terapeutici personalizzati nel PD.


A cura di: M. Filidei (A.O. Santa Maria, Terni)


10 Dicembre 2025

Alimentazione e malattia di Parkinson: cosa rivela un ampio studio italiano sul tema


Autori:  Gigante et al., 2025 – “The impact of diet on Parkinson’s disease risk: A data-driven analysis in a large Italian case-control population” Journal of Parkinson’s Disease, 2025.

Articoli disponibili su:   https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/1877718X251388058

La malattia di Parkinson (PD) è influenzata da molteplici fattori genetici ed ambientali. Negli ultimi anni crescente attenzione è stata rivolta al ruolo della dieta, anche in relazione all’asse intestino-cervello e al microbiota, ma gli studi hanno finore prodotto risultati eterogenei. Infatti, ricerche focalizzate su singoli alimenti hanno prodotto esiti incoerenti, mentre gli studi basati su modelli dietetici predefiniti, come la Mediterranean diet, la Mediterranean-DASH Diet Intervention for Neurodegenerative Delay (MIND) e la Dietary Approaches to Stop Hypertension DIET (DASH), non sono riusciti ad identificare specifici gruppi alimentari associati al rischio. Gigante e collaboratori hanno concepito uno studio volto a superare tali limiti mediante un approccio data-driven in una vasta popolazione italiana.


Disegno dello studio 

Lo studio è un caso-controllo multicentrico retrospettivo che ha coinvolto 680 pazienti con PD idiopatico e 612 controlli sani, appaiati per età, sesso e centro di reclutamento. I partecipanti provenivano da sei centri neurologici italiani distribuiti sul territorio nazionale. Le diagnosi di PD erano basate sui criteri della Movement Disorders Society (MDS), mentre i controlli erano selezionati tra i parenti di pazienti neurologici non affetti da PD. 


Raccolta delle abitudini alimentari e metodologia statistica

Le abitudini alimentari, riferite al periodo precedente l’esordio dei sintomi motori, sono state raccolte tramite un questionario di frequenza alimentare (FFQ) validato per la popolazione italiana. L’analisi statistica ha utilizzato un approccio data-driven basato su analisi fattoriale esplorativa (PCA con rotazione varimax) per identificare pattern alimentari ricorrenti, poi inseriti in modelli di regressione logistica multivariata insieme ai principali fattori non dietetici.


Identificazione dei pattern alimentari e associazioni con il rischio di PD

L’analisi fattoriale ha individuato sette pattern alimentari principali, quattro dei quali sono risultati associati significativamente al rischio di malattia. Un consumo elevato di dolci e prodotti zuccherati, di carni rosse e di carni lavorate era correlato a un aumento del rischio di PD; al contrario, un’elevata assunzione di frutta — in particolare agrumi — mostrava un effetto protettivo. Verdure, crucifere, legumi e bevande alcoliche non hanno evidenziato associazioni significative. Le associazioni dietetiche rimanevano robuste anche nel modello di regressione logistica che includeva variabili non dietetiche, suggerendo un contributo autonomo della dieta nel modulare il rischio di PD. 


Tuttavia, i fattori non dietetici esercitano un impatto maggiore rispetto a quelli alimentari. La familiarità per PD, la dispepsia cronica e l’esposizione professionale o ambientale a pesticidi, oli minerali, metalli pesanti e anestesie generali si confermavano come determinanti di rischio di forte impatto. Al contrario, consumo regolare di caffè e fumo risultavano associati a una riduzione del rischio, in linea con numerosi studi epidemiologici. L’effetto protettivo della frutta si collocava numericamente in un intervallo comparabile a quello dei fattori protettivi più noti, come caffè e fumo moderato. Questo evidenzia come la dieta, pur non rappresentando il determinante principale del rischio di PD, costituisca un elemento modificabile e rilevante nel quadro multifattoriale della malattia.

Razionale biologico delle associazioni osservate


Le associazioni alimentari identificate hanno una forte plausibilità biologica. La frutta, in particolare gli agrumi, contiene flavonoidi, vitamina C e terpeni dotati di proprietà antiossidanti e antinfiammatorie in grado di ridurre stress ossidativo e neuroinfiammazione, processi centrali nella neurodegenerazione dopaminergica. Le carni rosse e lavorate, invece, apportano elevate quantità di grassi saturi, ferro eme e nitriti, tutti elementi implicati nella generazione di specie reattive dell’ossigeno e di composti tossici come gli advanced glycation end products. Anche l’eccesso di zuccheri semplici potrebbe favorire processi infiammatori e disfunzioni mitocondriali che contribuiscono alla vulnerabilità neuronale.


Limiti dello studio e considerazioni metodologiche 

Un limite intrinseco dello studio è la difficoltà nello stabilire la sequenza temporale tra l’esposizione ai fattori e lo sviluppo di malattia. Considerato l’esordio insidioso e lento della malattia di Parkinson, l’alimentazione potrebbe essersi modificata dopo lo sviluppo di PD, conducendo ad un bias causa-effetto. Tuttavia, la stratificazione dei casi in base alla durata della malattia non ha rivelato alcun aumento nella frequenza relativa del consumo di fattori dietetici con il progredire della malattia, con la sola eccezione dei dolciumi. 

Dato il disegno retrospettivo, le informazioni ottenute con il FFQ potrebbero essere poco accurate a causa di un bias da rievocazione.

L’assenza di un nutrizionista nel team potrebbe aver limitato la precisione nell’interpretazione dei dati, sebbene il FFQ utilizzato fosse validato. 

Il campione ampio e relativamente omogeneo per origine geografica e culturale conferisce comunque robustezza alle conclusioni.


Conclusioni e prospettive future

Lo studio di Gigante e collaboratori rappresenta una delle analisi più complete sul ruolo della dieta nel rischio di PD all’interno di una popolazione mediterranea. I risultati suggeriscono che un’alimentazione ricca di carni rosse, insaccati e dolci possa aumentare il rischio di sviluppare la malattia, mentre il consumo regolare di frutta — soprattutto agrumi — può esercitare un effetto protettivo. Pur non confrontandosi con l’impatto dei fattori genetici o delle esposizioni ambientali, la dieta emerge come una componente modificabile di rilievo nella prevenzione. Gli autori sottolineano la necessità di studi longitudinali e approcci integrati che combinino nutrizione, genetica, microbioma e fattori ambientali per comprendere a fondo i meccanismi che collegano dieta e neurodegenerazione, e per sviluppare strategie preventive mirate e basate su evidenze multidisciplinari.

Questi risultati rafforzano l’idea che la dieta, pur non essendo la causa principale, rappresenti un importante fattore modificabile nel rischio di Parkinson e un potenziale strumento di prevenzione personalizzata nel contesto mediterraneo.



A cura di: M. Filidei (A.O. Santa Maria, Terni)


19 Novembre 2025

Una classificazione della sindrome corticobasale (CBS) basata su biomarcatori


Autori:  Palleis C. et al., A Biomarker-Based Classification of Corticobasal Syndrome, Movement Disorders, 2025

Articoli disponibili su:     https://movementdisorders.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/mds.70070

La sindrome corticobasale (CBS) è un’entità clinica complessa, caratterizzata da disturbi motori e cognitivi — aprassia, distonia, rigidità asimmetrica, mioclonie, disfunzioni esecutive e visuospaziali - e riconosciuta oggi come un fenotipo condiviso da differenti patologie neurodegenerative. 

Tauopatie a 4R (4-repeat tau): progressive supranuclear palsy (PSP) e corticobasal degeneration (CBD) (~50%);

Patologia di Alzheimer (AD) con patologia mista 3R/4R tau e Aβ (~25–40%);

Meno frequentemente sinucleinopatie di tipo Lewy (LTS), proteinopatie TDP-43 o forme miste (12–30%).


Di fronte a questa eterogeneità biologica, la definizione puramente clinica della CBS si è rivelata insufficiente per predire la patologia sottostante. Con l’avvento di terapie disease-modifying specifiche per tipo proteico (anti-tau, anti-Aβ, anti-α-sinucleina), diventa essenziale identificare in vivo il substrato molecolare individuale della sindrome corticobasale.


Obiettivi e impostazione dello studio

Palleis e colleghi (Palleis C. et al., A Biomarker-Based Classification of Corticobasal Syndrome, Movement Disorders, 2025) hanno condotto il primo studio prospettico mirato a una classificazione biologica della CBS basata su biomarcatori multipli. 

L’obiettivo era duplice: da un lato, identificare la combinazione di patologie proteiche presenti in ciascun paziente mediante l’uso di biomarcatori specifici per β-amiloide (Aβ), tau patologica e α-sinucleina (αSyn); dall’altro, valutare in che misura tali sottotipi molecolari si associno a differenze cliniche, cognitive, e di progressione della malattia.


Lo studio ha incluso 50 pazienti con diagnosi di CBS secondo i criteri della Movement Disorder Society (MDS) per il fenotipo PSP-CBS e quelli di Armstrong per il fenotipo CBD-CBS. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a una caratterizzazione clinica dettagliata, esami di imaging molecolare e analisi liquorali.

La β-amiloide è stata valutata tramite il rapporto Aβ42/40 nel liquido cerebrospinale e/o PET amiloide; la patologia tau con PET tau, mentre la presenza di α-sinucleina patologica mediante seed amplification assay (SAA) nel liquido cerebrospinale. Il dosaggio del neurofilamento a catena leggera (NfL) ha completato il profilo come indicatore aspecifico di neurodegenerazione.


Risultati principali

I risultati hanno mostrato che la grande maggioranza dei pazienti (90%) presentava positività per la tau, mentre il 28% risultava positivo per β-amiloide e il 24% per α-sinucleina. Questi dati riflettono un’elevata frequenza di tauopatie, ma anche una percentuale non trascurabile di patologie miste o sinucleiniche.

Sulla base della combinazione di positività e negatività dei tre biomarcatori, gli autori hanno definito sei sottotipi molecolari distinti di CBS, presumibilmente corrispondenti a diverse entità neuropatologiche.


È interessante notare che la positività per α-sinucleina era più comune nei casi con profilo AD-CBS (36%) rispetto ai tau-predominanti (16%), suggerendo che la co-occorrenza di patologia α-sinucleinica e amiloide non sia rara.


Sottotipo

Biomarcatori

Frequenza

Patologia sottostante presunta

Tau-predominante

Aβ– / Tau+ / αSyn–

52%

Tauopatia a 4R (PSP, CBD)

Alzheimer (AD-CBS)

Aβ+ / Tau+ / αSyn–

18%

Malattia di Alzheimer (3R/4R tau + Aβ)

AD + Lewy

Aβ+ / Tau+ / αSyn+

10%

AD con co-patologia sinucleinica

Tau + Lewy

Aβ– / Tau+ / αSyn+

10%

Tauopatia con co-patologia α-sinucleinica

Lewy isolata

Aβ– / Tau– / αSyn+

4%

Sinucleinopatia pura

Non classificabili

Aβ– / Tau– / αSyn–

6%

Probabile TDP-43 o altra patologia non identificata



Correlazioni cliniche e biologiche

Sul piano clinico e biochimico, la classificazione biomolecolare si è rivelata altamente informativa.

I pazienti Aβ-positivi (AD-CBS) hanno mostrato un profilo cognitivo significativamente più compromesso, con punteggi Montreal Cognitive Assessment (MoCA) e Dementia Apraxia Test (DATE) inferiori rispetto ai pazienti Aβ-negativi, in linea con l’estesa compromissione corticale tipica della malattia di Alzheimer.

I pazienti Tau-positivi tendevano a presentare punteggi più elevati alla PSP Rating Scale (PSPRS), indice di una maggiore gravità motoria e di un coinvolgimento più marcato dei circuiti sottocorticali, anche se la differenza non ha raggiunto la significatività statistica a causa delle dimensioni ridotte del gruppo Tau-negativo.

Di notevole interesse, la presenza di α-sinucleina patologica è risultata associata a sintomi motori più lievi, progressione clinica più lenta e livelli di NfL più bassi, indicando un minore grado di neurodegenerazione globale. Questi dati suggeriscono che la sinucleinopatia possa, in alcuni casi, modulare favorevolmente l’espressione clinica del CBS, o rappresentare una forma biologicamente distinta a evoluzione più indolente.


Evoluzione longitudinale

Un sottogruppo di 24 pazienti è stato seguito longitudinalmente per un periodo medio di 1,9 anni. L’analisi dei modelli lineari a effetti misti ha confermato un incremento medio annuale del punteggio PSPRS di circa 7 punti, a testimonianza della progressiva disabilità motoria. Tuttavia, il tasso di peggioramento era significativamente inferiore nei pazienti αSyn-positivi rispetto agli αSyn-negativi (3,6 contro 8,5 punti/anno, p<0,05), suggerendo ancora una volta un decorso clinico più lento nelle forme con componente sinucleinopatica.

Non sono state invece osservate differenze significative nell’aumento longitudinale dei livelli di NfL tra i diversi sottogruppi, sebbene i valori basali più bassi negli αSyn-positivi indichino una minore severità neurodegenerativa globale.


Discussione e implicazioni

Questo studio fornisce per la prima volta una mappa biologica in vivo della CBS, evidenziando che la sindrome, più che una malattia specifica, costituisce un fenotipo clinico convergente di diverse proteinopatie.

La combinazione di PET Tau, PET Amiloide e SAA α-sinucleina permette una classificazione molecolare parallela a quella neuropatologica post-mortem, consentendo di riconoscere le principali categorie patogenetiche (tauopatiche, Alzheimeriane, sinucleiniche e miste).

Dal punto di vista clinico, questa stratificazione ha una rilevanza: i pazienti AD-CBS tendono ad avere una prognosi cognitiva peggiore e una maggiore compromissione corticale, mentre i pazienti Tau-predominanti mostrano un fenotipo motorio più severo. 

Le forme con co-patologia α-sinucleinica, al contrario, sembrano presentare un decorso più benigno e minori marcatori di degenerazione assonale, il che potrebbe riflettere meccanismi neurobiologici distinti o interazioni competitive tra proteine misfolded.

La presenza di co-patologie Aβ e αSyn solleva questioni critiche sui meccanismi della malattia, sulla progressione e sulla sequenza temporale degli eventi patologici. Comprendere come queste proteine interagiscano e quale si manifesti per prima nel corso della malattia rimane una questione aperta, ma la possibilità di definire tali patologie sottostanti in vivo apre nuove prospettive sia per la ricerca sia per la medicina di precisione.


Limiti dello studio

Tra i limiti dello studio, annoveriamo il campione relativamente piccolo e monocentrico: lo studio ha incluso 50 pazienti, reclutati in un unico centro (LMU Monaco). Pur trattandosi di una coorte ampia per una patologia rara come CBS, la numerosità ridotta limita la potenza statistica.

La classificazione “biomarker-based” si basa interamente su dati in vivo (CSF e PET), senza conferma post-mortem. Sebbene i biomarcatori impiegati siano altamente specifici, la conferma neuropatologica rimane il gold-standard per la diagnosi. 

L'αSyn SAA potrebbe anche avere una sensibilità limitata per la LTS a predominanza dell'amigdala o del bulbo olfattivo, evidenziando la necessità di imaging PET dell'αSyn in futuro, che possa anche consentire la valutazione della distribuzione spaziale dell'αSyn.

L’analisi longitudinale potrebbe sottostimare la progressione della malattia nei pazienti più gravemente colpiti, poiché questi individui hanno meno probabilità di sottoporsi alle visite di follow-up.


Conclusione

Il lavoro di Palleis e colleghi segna un passaggio cruciale verso una riclassificazione biologica della CBS, analogamente a quanto già avvenuto con la classificazione ATN nella malattia di Alzheimer o con i recenti framework SynNeurGe e NSD-ISS per la malattia di Parkinson. 

Le implicazioni di questa prospettiva sono rilevanti: da un lato, la possibilità di una diagnosi più accurata e precoce; dall’altro, la possibilità di creare coorti omogenee per trial terapeutici, in cui i pazienti vengano selezionati sulla base della proteina patologica predominante (tau, Aβ o α-sinucleina). 

In prospettiva, questa classificazione biomolecolare potrà guidare strategie terapeutiche personalizzate, che tengano conto anche delle frequenti co-patologie.

Questa nuova classificazione rappresenta un passo decisivo verso una medicina di precisione nei disturbi del movimento, consentendo di integrare la diagnosi clinica con quella biologica e di orientare lo sviluppo di terapie mirate in base alla proteina patologica predominante.



A cura di: M. Filidei (A.O. Santa Maria, Terni)


23 Ottobre 2025

ASA–PD: una nuova tecnologia per visualizzare su larga scala degli oligomeri di α-sinucleina nel tessuto cerebrale


Autori:  Andrews, R., Fu, B., Toomey, C.E. 

Articoli disponibili su:     https://www.nature.com/articles/s41551-025-01496-4

Nonostante la malattia di Parkinson sia tradizionalmente definita dalla presenza dei corpi di Lewy, è sempre più evidente che le forme precoci e solubili di α-sinucleina — note come oligomeri — svolgono un ruolo chiave nei meccanismi di neurodegenerazione. Un recente studio (Andrews, R., Fu, B., Toomey, C.E. et al. Large-scale visualization of α-synuclein oligomers in Parkinson’s disease brain tissue. Nat. Biomed. Eng (2025)) ha presentato una tecnologia di imaging ad alta sensibilità chiamata Advanced Sensing of Aggregates – Parkinson’s Disease (ASA-PD), che consente di visualizzare su larga scala, mappare e quantificare gli oligomeri di α-sinucleina nel tessuto cerebrale di soggetti con malattia di Parkinson (PD).

Dal punto di vista patologico, la malattia di Parkinson è caratterizzata da perdita neuronale accompagnata dall'accumulo di aggregati di α-sinucleina su scala microscopica chiamati corpi di Lewy e neuriti di Lewy.

L'aggregazione proteica avviene attraverso l'autoassemblaggio dell'α-sinucleina monomerica in piccoli aggregati proteici, che vanno incontro a crescita e conversione strutturale in specie intermedie solubili, tra cui piccole specie fibrillari e oligomeri amorfi. 


Secondo l’attuale ipotesi patogenetica, la tossicità neuronale non deriverebbe direttamente dagli aggregati macroscopici, che rappresentano una fase terminale del processo, bensì dagli oligomeri. Infatti, in colture cellulari e modelli animali, è stato dimostrato che gli oligomeri causano neurotossicità e morte neuronale. 

Tuttavia, la conferma sperimentale diretta di tale ipotesi è stata finora ostacolata dall’impossibilità di visualizzare le strutture oligomeriche nel tessuto cerebrale umano con le tecniche di microscopia convenzionali, a causa delle dimensioni nanometriche di tali specie.


Gli oligomeri sono stati studiati principalmente utilizzando proteine ricombinanti, ma questi aggregati non sono identici agli assemblaggi oligomerici presenti nei tessuti umani; inoltre, la diversità dei protocolli di preparazione per gli oligomeri ricombinanti può generare aggregati con caratteristiche disomogenee. Ciò rende necessari studi sulle proteine native. 

Identificare i piccoli aggregati endogeni nel cervello umano rappresenta una sfida, in primis per la mancanza di strumenti con sensibilità adeguata. I Proximity-ligation assays (PLA) hanno permesso di verificare la presenza di piccoli aggregati di α-sinucleina mediante amplificazione del segnale. Tuttavia, la visualizzazione diretta di assemblaggi su scala nanometrica nel tessuto cerebrale non è stata finora possibile, il che limita la nostra comprensione del ruolo di queste specie.


L'osservazione di aggregati proteici è relativamente di routine in condizioni in vitro, ma il rilevamento di piccole specie in vivo è difficoltoso a causa dello scarso rapporto segnale/rumore nei tessuti. L'elevata intensità di fondo, causata dall'autofluorescenza tissutale, agisce come un rumore di fondo che oscura la presenza di oggetti con scarsa intensità di segnale come le specie oligomeriche. 

Per superare tali limitazioni, Andrews e collaboratori hanno sviluppato la piattaforma Advanced Sensing of Aggregates–Parkinson’s Disease (ASA–PD), un sistema di imaging e analisi quantitativa in grado di rilevare aggregati di α-sinucleina su scala nanometrica direttamente nel tessuto cerebrale post-mortem. 


La metodologia integra tre innovazioni principali: (1) la soppressione dell’autofluorescenza intrinseca del tessuto mediante l’utilizzo del colorante Sudan Black B, che riduce il rumore di fondo di oltre il 90% e permette di isolare il segnale estremamente debole degli oligomeri; (2) l’impiego di microscopia a fluorescenza ad alta apertura numerica (NA = 1.49), capace di aumentare la raccolta di fotoni e migliorare la risoluzione; e (3) un algoritmo di analisi computazionale open-source in grado di identificare automaticamente gli aggregati in base a parametri morfologici e fotometrici.

Applicando la tecnica ASA–PD a campioni post-mortem della corteccia cingolata anteriore provenienti da pazienti con PD (stadio Braak 5–6) e da controlli sani (HC), gli autori hanno analizzato oltre 1,2 milioni di aggregati di α-sinucleina, generando un dataset senza precedenti per estensione e risoluzione. 


In accordo con gli studi classici di neuropatologia nei cervelli di pazienti affetti da PD, i ricercatori hanno osservato un aumento di sei volte nel numero di aggregati al di sopra del limite di diffrazione nei pazienti affetti da PD rispetto ai campioni di HC e un aumento di 21 volte per gli aggregati >5 µm, ovvero dimensioni degli aggregati in linea con la patologia di Lewy.

Tuttavia, la scoperta più significativa riguarda l’identificazione di una sottopopolazione di aggregati nanometrici altamente brillanti e specifici della malattia di Parkinson, praticamente assente nei tessuti di controllo.


Questi oligomeri patologici si distinguono per alcune caratteristiche chiave: una maggiore intensità fluorescente, indice di elevata densità molecolare; una resistenza alla degradazione proteolitica da parte della Proteinasi K, che suggerisce una struttura conformazionale più ordinata e ricca di β-foglietti; e una capacità di “seeding”, ossia di indurre altre molecole di α-sinucleina a conformarsi in modo patologico, come dimostrato mediante seed amplification assays (SAA). 


Analisi biochimiche complementari – tra cui PLA, cromatografia di esclusione (SEC) e saggi ELISA – hanno confermato che le differenze osservate non derivano da variazioni nella quantità totale di α-sinucleina, ma da un’alterazione nella sua distribuzione conformazionale e nella presenza di forme ad alto peso molecolare.

Questa “firma” morfologica e biochimica distingue gli oligomeri patologici da quelli fisiologici presenti nei controlli. Nei cervelli sani, infatti, piccoli aggregati di α-sinucleina potrebbero avere un ruolo fisiologico, contribuendo alla regolazione dell’attività sinaptica e al mantenimento dell’omeostasi proteica.

Un ulteriore aspetto di rilievo dello studio riguarda la distribuzione spaziale di tali oligomeri. L’analisi statistica delle immagini ha mostrato che le forme patologiche tendono a disporsi in cluster, spesso localizzati in prossimità di neuroni, astrociti e microglia, ma non in corrispondenza degli oligodendrociti. Ciò suggerisce che il microambiente cellulare giochi un ruolo determinante nella formazione, nella stabilità e nella potenziale diffusione degli aggregati di α-sinucleina.


Nel complesso, i risultati di Andrews e colleghi delineano un modello secondo cui l’α-sinucleina nel cervello umano esiste in un continuum strutturale che va dai monomeri fisiologici agli oligomeri solubili, fino alle fibrille e ai corpi di Lewy. 


L'ASA-PD ha rivelato un'abbondanza di aggregati su scala nanometrica sia nel tessuto dei soggetti di controllo che in quello dei soggetti con PD. La loro presenza sia nei soggetti sani sia in quelli malati suggerisce che piccoli aggregati di α-sinucleina si formino in condizioni fisiologiche, dove la loro formazione e rimozione sono mantenute in equilibrio dal sistema di omeostasi proteica. Nei cervelli sani, piccoli aggregati possono avere un ruolo fisiologico, ad esempio nella regolazione sinaptica. 

Nella malattia di Parkinson, invece, una frazione di tali aggregati subisce una transizione conformazionale patologica, acquisendo caratteristiche di stabilità, insolubilità e tossicità, e fungendo da nucleo per la successiva formazione di fibrille e inclusioni di Lewy.


Utilizzando ASA-PD, appare possibile misurare ogni fase del percorso di aggregazione proteica presente nel cervello affetto da malattia. 

In conclusione, lo studio fornisce la prima evidenza diretta della presenza, nel cervello umano, di oligomeri di α-sinucleina specifici della malattia di Parkinson, rafforzando l’ipotesi che queste forme rappresentino una fase precoce e determinante del processo patogenetico. 

L’approccio ASA–PD, consentendo la visualizzazione e la quantificazione di tali specie su scala nanometrica, apre nuove prospettive per la comprensione dei meccanismi molecolari della neurodegenerazione e per lo sviluppo di strategie terapeutiche mirate alle fasi iniziali dell’aggregazione proteica.



A cura di: M. Filidei (A.O. Santa Maria, Terni)


8 Ottobre 2025

La sindrome metabolica è legata a un aumento del rischio di malattia di Parkinson


Autori:  Zhang X, Wang J, Dove A, Yu T, Li Q, Gottesman RF, Xu W.

Articoli disponibili su:    https://www.neurology.org/doi/full/10.1212/WNL.0000000000214033  

La sindrome metabolica (MetS) è un insieme di anomalie metaboliche tra cui obesità addominale, alterata glicemia a digiuno, ipertensione e dislipidemia. Colpisce 1 adulto su 4 in tutto il mondo e rappresenta un fattore di rischio ben noto per un ampio spettro di malattie croniche, tra cui malattie cardiovascolari, diabete, demenza e tumori. 

Precedenti studi sulla relazione tra MetS e malattia di Parkinson (PD) hanno prodotto risultati contrastanti.


Uno studio pubblicato su Neurology (Zhang X, Wang J, Dove A, Yu T, Li Q, Gottesman RF, Xu W. Metabolic Syndrome and Incidence of Parkinson Disease: A Community-Based Longitudinal Study and Meta-Analysis. Neurology. 2025 Sep 23;105(6):e214033.) ha mostrato nuovi dati sulla correlazione tra MetS e rischio di sviluppare PD.

Nello specifico, i ricercatori hanno esaminato l'associazione tra MetS e le sue componenti e l'incidenza di PD e poi hanno condotto una metanalisi di questi dati con i risultati di 8 studi precedenti. Utilizzando un punteggio di rischio poligenico, hanno poi indagato se la predisposizione genetica al PD modificasse le associazioni osservate.


Si tratta di uno studio di coorte prospettico su larga scala, che ha incluso 467.200 soggetti adulti senza PD di età compresa tra 37 e 73 anni, provenienti dalla UK Biobank, 177.407 dei quali (37,97%) affetti da sindrome metabolica. 


Durante un follow-up mediano di 14.6 anni, 3.222 partecipanti hanno sviluppato PD. Il rischio di ammalarsi di PD è risultato del 39% più elevato per i partecipanti con MetS rispetto a quelli senza MetS.

È interessante notare che avere un numero maggiore di componenti della MetS era associato in modo dose-dipendente a un rischio più elevato di PD (HR, 1.14; P per trend = 0.001). 

Utilizzando un punteggio di rischio poligenico, i ricercatori hanno poi indagato se la predisposizione genetica alla malattia di Parkinson modificasse le associazioni osservate. 

Il punteggio di rischio poligenico correlato al PD (PD-PRS) è stato calcolato sulla base della presenza di 26 alleli correlati al PD. 

Il rischio di PD era più alto tra i partecipanti con MetS e PD-PRS elevato (HR: 2.58 [2.12–3.14]; riferimento: senza MetS, PD-PRS basso). 

Inoltre, i risultati suggeriscono che potrebbe esserci un effetto sinergico tra predisposizione genetica e MetS sul rischio di PD. Infatti, le persone con MetS e PD-PRS elevato avevano quasi il doppio del rischio di PD rispetto a quelle con MetS e PD-PRS basso (1.69 [1.40–2.04], p < 0.001).


Dopo la metanalisi, il rischio di PD correlato alla sindrome metabolica è rimasto significativo al 29%.

Nella metanalisi, obesità addominale, ipertensione, colesterolo HDL basso e iperglicemia sono stati tutti associati a un aumentato rischio di PD, mentre l'ipertrigliceridemia non lo era. Questo risultato suggerisce che specifiche componenti della MetS potrebbero essere più fortemente correlate alla malattia di Parkinson e potrebbero quindi trarre i maggiori benefici da strategie preventive volte a ridurre il rischio di PD. Ciò merita una considerazione più approfondita in studi futuri.


Diversi potenziali meccanismi potrebbero essere alla base dell'associazione tra MetS e PD. Singoli componenti della MetS, tra cui obesità, ipertensione, ipertrigliceridemia, dislipidemia e iperglicemia, possono contribuire individualmente all'insulino-resistenza, allo stress ossidativo e all'infiammazione cronica. Questi a loro volta possono portare alle alterazioni patologiche associate alla malattia di Parkinson, tra cui la compromissione dei neuroni dopaminergici, la rottura della barriera emato-encefalica e la neuroinfiammazione. 

I punti di forza di questo studio includono il disegno di coorte prospettico, l'ampia dimensione del campione e la procedura completa di raccolta dati. Inoltre, l'aggiunta di una metanalisi rafforza il valore delle conclusioni.

Tra i limiti dello studio, va annoverato il fatto che la popolazione della UK Biobank era prevalentemente di origine europea bianca, pertanto i risultati potrebbero non essere generalizzabili ad altre popolazioni. 


In secondo luogo, i partecipanti alla UK Biobank, in quanto volontari, erano più sani e più avvantaggiati dal punto di vista socioeconomico rispetto alla popolazione generale del Regno Unito. Ciò potrebbe aver portato ad una sottostima della forza dell'associazione tra MetS e PD. 

Inoltre, la malattia di Parkinson incidente è stata identificata principalmente sulla base delle cartelle cliniche, che presentano un'elevata specificità (ovvero, un basso rischio di falsi positivi) ma una bassa sensibilità (ovvero, un alto rischio di falsi negativi). Di conseguenza, alcuni casi di PD in fase iniziale potrebbero non essere stati rilevati, contribuendo potenzialmente a una sottostima della relazione osservata tra MetS e rischio di PD.


Infine, il PD è caratterizzato da una fase preclinica estesa ed è possibile che essere affetti da PD in fase iniziale possa influenzare lo sviluppo della MetS (ad esempio, influenzando le abitudini di attività fisica di un individuo o la gestione medica di altre comorbilità). Tuttavia, per affrontare questo problema, i ricercatori hanno eseguito un'analisi di sensibilità escludendo i partecipanti con probabile PD preclinico/prodromico (ovvero, casi incidenti di PD verificatisi entro i primi 3 anni di follow-up); i risultati erano coerenti con le analisi principali.

La MetS è un fattore di rischio ampiamente modificabile, attraverso interventi farmacologici e sullo stile di vita, come dieta, esercizio fisico e gestione del peso; ciòe’ la rende un  bersaglio ideale per potenziali strategie preventive. 


I risultati di questo studio mettono in evidenza la possibilità che la MetS possa fungere da fattore di rischio modificabile per PD. 

Sono necessari ulteriori ricerche per verificare se interventi per controllare la MetS o ridurre il numero di componenti della MetS possano effettivamente contribuire alla prevenzione della malattia di Parkinson.


Inoltre, i risultati suggeriscono che potrebbe esserci un effetto sinergico tra predisposizione genetica e MetS sul rischio di PD. 

Ciò suggerisce che il mantenimento della salute metabolica potrebbe essere particolarmente importante per gli individui con un'elevata predisposizione genetica alla malattia di Parkinson. 

Se la prevenzione o la mitigazione della MetS possano modificare il rischio di PD tra i soggetti con un'elevata predisposizione genetica richiede un'analisi più approfondita in studi futuri.



A cura di: M. Filidei (A.O. Santa Maria, Terni)


24 Settembre 2025

L’esercizio fisico ad alta intensità migliora i sintomi non motori della malattia di Parkinson: risultati dallo studio INTENSO


Autori:  Capecci M, Baldini N, Andrenelli E, Lambertucci A, Bisoglio P, Grugnetti M, Margherita H, Ceravolo MG. Impact of an intensive outpatient rehabilitation on non-motor patients' reported outcomes in PD: the INTENSO study.

Articoli disponibili su:   NPJ Parkinsons Dis. 2025 Jun 20;11(1):178. doi: 10.1038/s41531-025-01035-7. PMID: 40541958; PMCID: PMC12181338.  

Numerosi studi hanno dimostrato gli effetti positivi dell’esercizio fisico sui sintomi motori e non motori e sulla qualità della vita dei pazienti con malattia di Parkinson (MP). 

Parallelamente al miglioramento dei sintomi clinici, l'attività fisica modula una serie di processi per il mantenimento e la plasticità cerebrali, tra cui neurogenesi, sinaptogenesi ed angiogenesi. L'esercizio  offre questi benefici sulla MP inibendo lo stress ossidativo, riparando il danno mitocondriale e promuovendo la produzione di fattori di crescita. 

Di conseguenza, l’attività fisica è sempre più considerata una strategia complementare al trattamento farmacologico per la MP.


Nonostante i riconosciuti vantaggi dell'esercizio fisico per le persone con MP, occorrono raccomandazioni specifiche in termini di frequenza, intensità e durata dell’allenamento, con l’obiettivo di sviluppare strategie riabilitative efficaci per ottimizzare la gestione della malattia e migliorare la salute dei pazienti.

Uno studio italiano recentemente pubblicato su Npj Parkinson’s disease (Capecci M, Baldini N, Andrenelli E, Lambertucci A, Bisoglio P, Grugnetti M, Margherita H, Ceravolo MG. Impact of an intensive outpatient rehabilitation on non-motor patients' reported outcomes in PD: the INTENSO study. NPJ Parkinsons Dis. 2025 Jun 20;11(1):178. doi: 10.1038/s41531-025-01035-7. PMID: 40541958; PMCID: PMC12181338.) ha valutato l'impatto di protocolli riabilitativi di diversa intensità sulla gravità a breve e medio termine dei disturbi non motori nei pazienti con MP.


Si tratta di uno studio di coorte retrospettivo monocentrico, che ha incluso persone affette da MP indirizzate consecutivamente alla struttura di riabilitazione ambulatoriale di un Centro per disturbi del movimento, con sede in un ospedale universitario in Italia. 

Il programma riabilitativo prevedeva esercizio aerobico, stretching, esercizi per l’equilibrio, esercizi dual-task e terapia occupazionale.


Gli esiti primari erano le variazioni dei sintomi non motori a breve e medio termine, valutati mediante le scale Non-Motor Symptoms Scale (NMSS) o dalla Movement Disorder Society -Unified Parkinson's Disease Rating Scale (MDS-UPDRS) parte I. 

Gli esiti secondari erano le variazioni del carico di disabilità (misurato con la MDS-UPDRS parte II), della gravità dei sintomi motori (MDS-UPDRS parte III), e del freezing of gate (Freezing of Gait- questionnaire, FOG-Q) dopo il trattamento. 

Le misurazioni sono state effettuate prima (T0) e dopo il trattamento (T1) e 6 ± 1 mesi dopo T1 (T2). 

In base alla durata totale dell'esercizio, 24 pazienti con MP sono stati assegnati al gruppo di allenamento ad alta intensità (HIT, 1800 minuti) e 24 al gruppo di allenamento a bassa intensità (LIT, inferiore a 900 minuti). 

Al T1, solo il gruppo HIT ha mostrato miglioramenti clinicamente significativi nei sintomi non motori, che si sono mantenuti al T2. Al contrario, il gruppo LIT ha manifestato un peggioramento della disabilità al follow-up. 


L'analisi multivariata ha rivelato che l'intensità dell'allenamento e la disabilità basale sono stati predittori di miglioramento. 

L'allenamento intensivo nel gruppo HIT è stato anche il fattore principale nel miglioramento degli endpoint secondari (ovvero, indipendenza nelle ADL, sintomi motori e freezing della deambulazione).

In contrasto con precedenti lavori sulla relazione tra esercizio e sintomi non motori, questo studio ha incluso un campione eterogeneo di persone con MP, includendo anche quelle in fase avanzata (lo stadio di Hoehn e Yahr variava da 1 a 4), distribuito uniformemente tra i due sottogruppi.

Lo studio ha un disegno retrospettivo ed il campione preso in esame ha dimensioni ridotte, il che non ha permesso di determinare quali sintomi non motori, tra quelli valutati dal NMSS o dalla MDS-UPDRS parte I, beneficiassero maggiormente delle diverse intensità di allenamento.


In conclusione, è stato riscontrato un impatto positivo dell'allenamento ad alta intensità sui sintomi non motori a breve e medio termine, ma anche sulla disabilità e sul freezing della marcia.

Questi risultati supportano i benefici dell'esercizio fisico ad alta intensità nella gestione della MP.

È auspicabile la progettazione di uno studio prospettico multicentrico per confermare gli effetti dell'esercizio fisico ad alta intensità sui sintomi non motori nella MP su un campione più ampio.


A cura di: M. Filidei (A.O. Santa Maria, Terni)


9 Settembre 2025

Malattia di Parkinson a esordio precoce (EOPD): quali indagini diagnostiche? Le raccomandazioni del gruppo di studio MDS – EOPD


Autori:  Mehanna R, Marras C, Fleisher J, Post B, Kumar KR, Noyce A, Alcalay R, Morris HR, Hatano T, Salari M, Smilowska K, Wu YR, Zhang B, Tan EK, Savica R; EOPD study group.

Articoli disponibili su:  https:// doi:10.1016/j.parkreldis.2025.107852

Mehanna R, Marras C, Fleisher J, Post B, Kumar KR, Noyce A, Alcalay R, Morris HR, Hatano T, Salari M, Smilowska K, Wu YR, Zhang B, Tan EK, Savica R; EOPD study group. Diagnostic work up when suspecting early onset Parkinson disease (EOPD). Recommendations from the MDS EOPD study group. Parkinsonism Relat Disord. 2025 Jun;135:107852. doi: 10.1016/j.parkreldis.2025.107852.

La malattia di Parkinson ad esordio precoce (EOPD) è stata definita la malattia di Parkinson (PD) con esordio dei sintomi motori dopo i 21 anni, ma prima dei 50 anni (mentre per PG giovanile si intende la malattia con esordio prima dei 21 anni e con PD ad esordio tardivo ci si riferisce alla malattia con esordio dopo i 50 anni). Sebbene i criteri diagnostici siano chiari, esistono numerose controversie riguardo il work-up diagnostico da effettuare nel sospetto clinico di EOPD. Questo può comportare il rischio di indagini eccessive con ritardo nella diagnosi e nell’inizio del trattamento. 


Seguendo il metodo Delphi, i membri del comitato direttivo del gruppo di studio sull'EOPD dell'International Parkinson Disease and Movement Disorder Society (MDS) hanno stabilito le raccomandazioni in merito agli accertamenti necessari per la diagnosi di EOPD (Mehanna R, Marras C, Fleisher J, Post B, Kumar KR, Noyce A, Alcalay R, Morris HR, Hatano T, Salari M, Smilowska K, Wu YR, Zhang B, Tan EK, Savica R; EOPD study group. Diagnostic work up when suspecting early onset Parkinson disease (EOPD). Recommendations from the MDS EOPD study group. Parkinsonism Relat Disord. 2025 Jun;135:107852. doi: 10.1016/j.parkreldis.2025.107852).


Il primo passo è un'anamnesi dettagliata. Oltre a confermare i sintomi di rallentamento motorio, rigidità e/o tremore, occorre raccogliere eventuali indizi non consistenti con la diagnosi di PD idiopatica, ma suggestivi di forme secondarie o genetiche di parkinsonismo. Fondamentale è escludere l'esposizione a farmaci o sostanze in grado di causare parkinsonismo. Inoltre, la presenza di una storia familiare positiva per PD, o la presenza di segni piramidali, crisi epilettiche, sintomi cerebellari, cognitivi o psichiatrici può suggerire specifiche forme genetiche. La nulla o scarsa risposta alla L-dopa può infine suggerire un parkinsonismo atipico.


Il secondo step è un esame neurologico accurato, per confermare la presenza di bradicinesia con tremore a riposo e/o rigidità ed escludere segni suggestivi di altre cause di parkinsonismo. 

La fase successiva riguarda gli esami di neuroimmagine. Il comitato raccomanda di eseguire una risonanza magnetica (RM) cerebrale in tutti i pazienti in cui si sospetta un EOPD, per escludere cause strutturali e per ricercare segni suggestivi di una condizione sottostante, come l'ipointensità T2*/SWI dei gangli della base nella neurodegenerazione con accumulo cerebrale di ferro (NBIA) o l'iperintensità T2 del putamen nella malattia di Wilson. Il comitato non raccomanda il ricorso sistematico del DaTscan per la diagnosi di EOPD, in quanto questo ha un valore limitato nel distinguere l'EOPD idiopatica dalle forme secondarie. Può comunque essere utile per distinguere l'EOPD dal tremore essenziale, dal parkinsonismo indotto da farmaci, dalla distonia responsiva alla L-dopa o dai disturbi funzionali del movimento, nel contesto clinico appropriato. 


Per quanto riguarda gli esami di laboratorio, si suggerisce di indagare sistematicamente la possibile malattia di Wilson mediante il dosaggio della ceruloplasmina sierica e del rame nelle urine delle 24 ore, in quanto tale condizione può essere facilmente misdiagnosticata ed è potenzialmente trattabile. Il dosaggio ematico del TSH e del T4 è stato considerato parte del percorso diagnostico standard del paziente che si rivolge ad un centro per lo studio ed il trattamento dei disturbi del movimento.


A meno che non sia giustificato dall'anamnesi o dall'esame obiettivo, il comitato non raccomanda un'indagine sistematica per malattie autoimmuni, paraneoplastiche o della tiroide. 

Infine, il test genetico non è necessario per formulare la diagnosi di EOPD, ma viene raccomandato per identificare una potenziale eziologia genetica o molecolare. In particolare, si raccomanda di ordinare un pannello completo per il parkinsonismo seguito dal whole exome sequencing.


In conclusione, se si sospetta un'EOPD idiopatica, in base all'anamnesi e all'esame obiettivo, senza ulteriori riscontri riguardanti un parkinsonismo secondario, atipico o genetico, il gruppo di studio MDS-EOPD raccomanda di limitare le indagini alla RM cerebrale e agli esami di laboratorio per la malattia di Wilson, al fine di accelerare la diagnosi e l'inizio del trattamento appropriato. Sebbene il test genetico non sia necessario per la diagnosi, si raccomanda di eseguire test genetici quando possibile, per identificare una potenziale nuova eziologia genetica.



A cura di: M. Filidei (A.O. Santa Maria, Terni)


27 Agosto 2025

Lewy body disease: il biomarcatore pTau181 predice la co-patologia Alzheimer


Autori:  Ye R, Kivisäkk P, Goodheart A, Fatima H, Peterec E, Thibault E, Properzi M, Johnson K, Arnold S, N Gomperts S. 

Articoli disponibili su:  https://doi.org/10.1002/mds.30238

La proteina tau181 fosforilata nel plasma (pTau181) si sta dimostrando un utile predittore della malattia di Alzheimer (AD). Le alterazioni patologiche dell’AD, tra cui placche amiloidi e grovigli neurofibrillari (NFT), sono comuni in tutto lo spettro della malattia a corpi di Lewy (LBD), tra cui la malattia di Parkinson (PD), la malattia di Parkinson con demenza (PDD) e la demenza a corpi di Lewy (DLB). La presenza delle alterazioni patologiche tipiche dell’AD nella LBD è stata costantemente associata ad un tasso più rapido di declino cognitivo.

Con l'avvento degli anticorpi anti-amiloide per l'AD, è emersa la necessità di biomarcatori per rilevare la co-patologia AD nella LBD per la selezione e la stratificazione dei pazienti negli studi clinici; inoltre, tali biomarcatori hanno un valore prognostico per la progressione di malattia nella pratica clinica.


In uno studio pubblicato sulla rivista Movement Disorders (Ye, R., Kivisäkk, P., Goodheart, A., Fatima, H., Peterec, E., Thibault, E., Properzi, M., Johnson, K., Arnold, S. and N. Gomperts, S. (2025), Plasma Phosphorylated Tau181 as a Biomarker for Alzheimer's Disease Co-Pathology in Lewy Body Disease. Mov Disord.), i livelli di pTau181 plasmatica sono stati misurati in 53 pazienti con DLB, 129 soggetti di controllo sani e 67 soggetti con AD. Sono state condotte valutazioni autoptiche su 24 casi di DLB. 

L’obiettivo dello studio era determinare se pTau181 nella DLB fosse associato alle alterazioni neuropatologiche post-mortem della malattia di Alzheimer (ADNC) e alle misurazioni in vivo  della deposizione di β-amiloide e tau mediante tomografia a emissione di positroni (PET) e all'atrofia corticale. 


Risultati

I livelli plasmatici di pTau181 nei partecipanti con DLB erano più alti rispetto ai partecipanti sani e più bassi rispetto ai partecipanti con AD; tale biomarcatore è stato in grado di differenziare la LBD A+T+ dalla LBD A–T– con una precisione del 91%.

I livelli plasmatici di pTau181 erano correlati alle alterazioni patologiche AD (ADNC) (rho = 0,64, P < 0,001) ed erano più alti nei casi con ADNC alto e intermedio rispetto a quelli con ADNC basso o assente

Il pTau181 plasmatico in DLB è risultato moderatamente correlato con lo stadio di Thal, lo stadio del groviglio neurofibrillare di Braak (NFT) e i punteggi CERAD (Consortium to Establish a Registry for Alzheimer's Disease), ma non con lo stadio di Braak a corpi di Lewy. 

L'aumento di pTau181 plasmatica era correlato all'atrofia corticale nelle regioni cerebrali colpite nelle fasi successive del NFT di Braak, suggerendo che pTau181 rifletta alterazioni neurodegenerative avanzate associate alla patologia tau. 

L'aggiunta di pTau181 plasmatico ha migliorato l’accuratezza dei modelli che includevano dati demografici e lo stato APOE ε4 per rilevare la co-patologia dell'AD nella LBD.


Conclusioni

Il pTau181 plasmatico riflette la patologia amiloide e tau, ma non quella da α-sinucleina nella LBD. Il pTau181 plasmatico è un utile indicatore di neurodegenerazione nelle regioni corticali vulnerabili alla patologia NFT e aggiunge valore nell'identificazione della co-patologia dell'AD. Questi risultati supportano il pTau181 plasmatico come strumento di screening conveniente per la co-patologia dell'AD nella LBD.


Punti di forza

I punti di forza di questo studio includono un ricco set di dati di partecipanti con LBD ben caratterizzati, che consente correlazioni di pTau181 plasmatico sia con l'imaging antemortem che con i risultati neuropatologici. Questo studio rappresenta uno dei primi tentativi di indagare pTau181 plasmatico e i risultati autoptici nel contesto della LBD. 


Limiti

La combinazione delle diagnosi di PD e DLB potrebbe aumentare la variabilità.  Le dimensioni limitate del campione riducono la potenza statistica.  Essendo uno studio trasversale, i risultati non implicano causalità. A questo proposito, future analisi longitudinali potrebbero fornire informazioni utili.


A cura di: M. Filidei (A.O. Santa Maria, Terni)


30 Luglio 2025

Nuovi dati preliminari sulla terapia con cellule staminali per la malattia di Parkinson

Autori: 1. Sawamoto N, Doi D, Nakanishi E, Sawamura M, Kikuchi T, Yamakado H, Taruno Y, Shima A, Fushimi Y, Okada T, Kikuchi T, Morizane A, Hiramatsu S, Anazawa T, Shindo T, Ueno K, Morita S, Arakawa Y, Nakamoto Y, Miyamoto S, Takahashi R, Takahashi J. Phase I/II trial of iPS-cell-derived dopaminergic cells for Parkinson's disease. 

 2.  Tabar V, Sarva H, Lozano AM, Fasano A, Kalia SK, Yu KKH, Brennan C, Ma Y, Peng S, Eidelberg D, Tomishima M, Irion S, Stemple W, Abid N, Lampron A, Studer L, Henchcliffe C. Phase I trial of hES cell-derived dopaminergic neurons for Parkinson's disease. 

Articoli disponibili su:  https://doi.org/10.1038/s41586-025-08700-0   https://doi.org/10.1038/s41586-025-08845-y 

Le terapie cellulari che rigenerano i neuroni dopaminergici cerebrali si stanno rivelando promettenti come trattamento potenzialmente efficace e con minori effetti avversi rispetto alla terapia sintomatica. Fornendo nuovi neuroni del mesencefalo allo striato, la terapia cellulare mira a sostituire le cellule dopaminergiche degenerate e ad ottenere un miglioramento clinico duraturo.

Due studi clinici in fase iniziale recentemente pubblicati su Nature (Sawamoto, N., Doi, D., Nakanishi, E. et al. Phase I/II trial of iPS-cell-derived dopaminergic cells for Parkinson’s disease. Nature 641, 971–977 (2025); Tabar, V., Sarva, H., Lozano, A.M. et al. Phase I trial of hES cell-derived dopaminergic neurons for Parkinson’s disease. Nature 641, 978–983 (2025)) mostrano risultati interessanti sulle terapie con cellule staminali per il trattamento della malattia di Parkinson (MP). 

In uno studio di fase 1/2 (Sawamoto, N., Doi, D., Nakanishi, E. et al. Phase I/II trial of iPS-cell-derived dopaminergic cells for Parkinson’s disease. Nature 641, 971–977 (2025)), sette pazienti affetti da MP sono stati sottoposti a trapianto striatale bilaterale di cellule precursori dopaminergiche derivate da cellule staminali pluripotenti indotte (iPS) umane; i pazienti sono stati trattati con terapia immunosoppressiva con tacrolimus e sono stati monitorati per 24 mesi. 

Non si sono verificati eventi avversi gravi durante il periodo di studio e le cellule trapiantate hanno prodotto dopamina senza formare tumori, un rischio grave associato alla terapia con cellule staminali. 

Tra i sei pazienti sottoposti a valutazione dell'efficacia, quattro hanno mostrato miglioramenti nel punteggio OFF della Movement Disorder Society Unified Parkinson's Disease Rating Scale (MDS-UPDRS) parte III e cinque hanno mostrato miglioramenti nei punteggi ON. Le variazioni medie di tutti e sei i pazienti sono state rispettivamente di 9,5 (20,4%) e 4,3 punti (35,7%) per i punteggi OFF e ON. 

In un altro studio clinico di fase 1 (Tabar, V., Sarva, H., Lozano, A.M. et al. Phase I trial of hES cell-derived dopaminergic neurons for Parkinson’s disease. Nature 641, 978–983 (2025)), un prodotto di cellule progenitrici dopaminergiche "pronto all'uso" (bemdaneprocel) derivato da cellule staminali embrionali umane è stato innestato bilateralmente nel putamen di 12 pazienti con malattia di Parkinson. 

Cinque pazienti hanno ricevuto una dose bassa (0,9 milioni di cellule per putamen) e sette una dose alta (2,7 milioni di cellule per putamen); tutti i pazienti sono stati trattati con terapia immunosoppressiva per un anno (basiliximab – terapia steroidea – tacrolimus).

Lo studio ha raggiunto i suoi obiettivi primari di sicurezza e tollerabilità fino a 18 mesi dopo il trapianto, senza eventi avversi correlati al prodotto cellulare. 

Gli esiti clinici secondari ed esplorativi hanno mostrato un miglioramento o una stabilità, incluso un miglioramento medio di 23 punti nei punteggi OFF della MDS-UPDRS Parte III nella coorte ad alto dosaggio. Non si sono verificate discinesie indotte dal trapianto.

Per confermare l'efficacia di questi trattamenti sono necessarie ulteriori ricerche. Questi due studi erano, infatti, piccoli studi in aperto. Tuttavia, il fatto che entrambi gli studi abbiano fornito dati incoraggianti sulla sicurezza e abbiano suggerito una possibile efficacia del trattamento rappresenta un passo importante verso l'affermazione della terapia cellulare. Si attendono le prossime fasi degli studi clinici per confermare l'efficacia di questi interventi.

A cura di: M. Filidei (A.O. Santa Maria, Terni)


16 Luglio 2025

Nuova classificazione della distonia: cosa cambia

Autori:  Albanese A, Bhatia KP, Fung VSC, Hallett M, Jankovic J, Klein C, Krauss JK, Lang AE, Mink JW, Pandey S, Teller JK, Tijssen MAJ, Vidailhet M, Jinnah HA

Articolo disponibile su:  https://doi.org/10.1002/mds.30220

E’ stata recentemente pubblicata una revisione della definizione e classificazione della distonia del 2013 (Albanese, A., Bhatia, K.P., Fung, V.S.C., Hallett, M., Jankovic, J., Klein, C., Krauss, J.K., Lang, A.E., Mink, J.W., Pandey, S., Teller, J.K., Tijssen, M.A.J., Vidailhet, M. and Jinnah, H.A. (2025), Definition and Classification of Dystonia. Mov Disord.) con lo scopo di migliorare alcune criticità ed aggiornare il sistema classificativo precedente con le conoscenze acquisite in questi anni nel campo della genetica delle distonie.

Con il patrocinio del Dystonia Study Group dell'International Parkinson Disease and Movement Disorder Society (MDS), della Dystonia Medical Research Foundation, della Dystonia Coalition e di Dystonia Europe, è stato istituito un Comitato di Consenso Internazionale, composto da ricercatori con esperienza in diversi aspetti della distonia.

La definizione di distonia è stata aggiornata: il riferimento alle "contrazioni muscolari" è stato eliminato, poiché considerata una potenziale fonte di confusione con le patologie neuromuscolari che colpiscono direttamente muscoli o nervi; è stata aggiunta la specificazione che la distonia può anche essere a scatti. 

Rispetto alla precedente classificazione, l'Asse I contiene più informazioni. In particolare, è stata inserita la sezione “storia familiare”. La definizione dei termini che si riferiscono alla distribuzione corporea è stata aggiornata; ad esempio, la distonia generalizzata viene ridefinita come un modello di distribuzione che va oltre il segmentale o il multifocale e non rientra nei parametri dell'emidistonia. Le caratteristiche temporali (esordio, decorso, variabilità) sono descritte in modo più dettagliato e includono anche l'esordio della distonia. E’ stata introdotta la categoria “fenomenologia” per descrivere le caratteristiche semeiologiche più rilevanti, in particolare la relazione con il movimento volontario. 

L'Asse II fornisce un perfezionamento della classificazione precedente grazie alle maggiori conoscenze riguardanti la complessa eziologia e patogenesi della distonia.

La distonia funzionale (psicogena) è ora elencata tra i sintomi che imitano la distonia; ad essa possono essere applicati criteri specifici, come l'esordio improvviso, la distraibilità e la sopprimibilità. 

TABELLA
Principali modifiche introdotte da questa revisione della classificazione della distonia (modificato da Albanese et al., Definition and Classification of Dystonia. Mov Disord. 2025)

ASSE I
Età di esordio 
- Le fasce di età sono le stesse del 2013. Sono ora fornite specifiche sul riconoscimento dell'esordio della distonia
Anamnesi familiare 
- Nuova sezione che si riferisce alle informazioni sulla presenza familiare della distonia in base all'albero genealogico
Distribuzione corporea 
- La definizione dei termini che si riferiscono alla distribuzione corporea è stata aggiornata per un'applicazione più coerente
Dimensioni temporali 
- Comprende una nuova categoria (insorgenza della distonia), pur mantenendo quelle precedenti, anch'esse riorganizzate e chiarite
Fenomenologia 
- Nuova sezione introdotta per descrivere la relazione tra distonia e il movimento volontario, nonché caratteristiche aggiuntive
Caratteristiche associate 
- Sezione riorganizzata e semplificata

ASSE II
Gene 
- Corrisponde alla categoria "ereditaria" della classificazione del 2013, con lievi miglioramenti
Acquisita 
- Migliora la categoria "acquisita" della classificazione del 2013
Neuroanatomia 
- Fornisce una descrizione strettamente anatomica delle lesioni osservate; il descrittore "degenerativa" è stato spostato nella sezione successiva
Meccanismi
 - Nuova sezione che elenca i meccanismi patogeni più comuni

Qual è il vostro grado di familiarità con la classificazione della distonia?
#distonia #neurologia #disturbidelmovimento

A cura di: M. Filidei (A.O. Santa Maria, Terni)



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